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Onorato lancia il settimo centrino: campo largo da ridere
Sono sette. I maligni dicono “come i sette nani”. Ma, senza esserlo, il conto delle iniziative centriste in piedi è questo. Da ieri si è cristallizzato ancora meglio, con la trasformazione di Progetto civico, l’associazione di Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi Eventi, in partito. Riusciranno a riunirsi e a raggiungere il risultato, il 7,8%, ottenuto alle ultime elezioni politiche da Carlo Calenda e Matteo Renzi insieme? È la domanda che in tanti si fanno, al momento senza risposte. Il primo centro è dunque quello di Onorato, fatto da amministratori civici e sponsorizzato da Goffredo Bettini, regista di tanti sindaci della Capitale, amico di Giuseppe Conte e tra i primi a teorizzare la necessità di una quarta gamba centrista. Tentativo che i riformisti del Pd (Alessandro Alfieri) hanno paragonato agli “indipendenti del Pci”. Il sospetto, infatti, è che l’operazione punti sì a raccogliere voti di centro, ma anche, in caso di primarie, a sostenere Conte contro Schlein, nella convinzione che sarebbe il più adatto per Palazzo Chigi. Per il momento Onorato, che ieri ha ringraziato Bettini, si dice pronto a partecipare alle primarie: «Qualora ci fossero è evidente che qualcuno del Progetto Civico Italia ne farà parte. Siamo un valore aggiunto per la coalizione, serve una alleanza larga per vincere». Se poi si dovessero fare primarie a doppio turno, i suoi voti al ballottaggio potrebbe confluire su Conte, sempre prodigo di elogi nei suoi confronti. Il secondo centro è quello che sta provando a costruire Ernesto Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate: i comitati Più Uno. Tramontato il progetto di essere lui il federatore del centrosinistra, Ruffini coltiva il suo spazio. Nel centrosinistra, ma non nel Pd. E nemmeno in Casa Riformista, il progetto di Matteo Renzi, o nel contenitore di Onorato. Dalla sua ha, però, un’arma che l’assessore capitolino non ha. In caso di elezioni politiche, può presentarsi con Bruno Tabacci che lo sostiene e che possiede già un simbolo, Centro Democratico, presente in Parlamento e dunque gli garantisce la possibilità di presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere migliaia di firme (lo ha già fatto con Luigi Di Maio e prima con Emma Bonino). Se ci saranno le primarie, Ruffini si presenterà. Diversamente, potrà andare da Schlein offrendole la possibilità di presentare una lista che, portasse anche l’1 o il 2%, potrebbe essere decisiva, vista la quasi parità tra gli schieramenti. Poi c’è Renzi, impegnato a costruire Casa Riformista. Sperava in Silvia Salis, ma la sindaca di Genova per ora non vuole mettersi in gioco. Sta provando con Giorgio Gori, che, uscendo dal Pd, potrebbe essere il front-men dell’operazione. Di tutti i tentativi in atto, è sicuramente quello con una infrastruttura più organizzata, dal momento che Italia Viva ha una rete in tutto il Paese e due gruppi in Parlamento. Manca, però, un volto che la interpreti (Renzi vuole fare il regista, non il primo attore) e presenze che vadano oltre Italia Viva. Per ora, l’unica forza che potrebbe starci è una parte di +Europa, quella rappresentata da Benedetto Della Vedova. Quindici sono Graziano Delrio e Paolo Ciani. Delrio è espressione di quel cattolicesimo popolare vicino a Pierluigi Castagnetti, fondatore del Pd, Ciani di Sant’Egidio, presenza da anni vicina al centrosinistra. Hanno fatto varie iniziative insieme, ma ancora non hanno deciso se uscire dal Pd, dando vita a un soggetto nuovo, o se restare. Poi ci sono i centri riformisti, ma che non vogliono stare né a sinistra, né a destra: Azione di Carlo Calenda, ora anche Spazio Pubblico, la nuova associazione di Pina Picierno, uscita dal Pd, i liberal democratici di Luigi Marattin. Se guardiamo anche a destra, si aggiunge Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. In Transatlantico gira un calcolo: se i partiti al centro dei due poli, anche divisi, riuscissero ad arrivare al 17%, le due coalizioni non raggiungerebbero la soglia del 42%, necessaria per ottenere, nella nuova legge elettorale, il premio. Quindi, farebbero da ago della bilancia di un possibile governo. Si aggiunge, per Schlein, un nuovo problema: l’articolo 8 dello Statuto prevede che il congresso sia indetto «sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica». Cioè il 26 agosto, visto che è stata eletta il 26 febbraio 2023. Si potrebbe rinviare e si rinvierà. Ma per farlo occorre un voto dell’assemblea nazionale. Le servirà fare un accordo con la minoranza che chiederà due condizioni: un numero sostanzioso di deroghe per i 37, tra Camera e Senato, che hanno raggiunto il limite dei tre mandati e non possono ricandidarsi e un numero congruo di seggi sicuri.